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Corpo di Lei.
Scritta da: uomovento (6)

Il seme dell'avvenenza era maturo, sbocciato e fruttuoso. La bambina impacciata di allora era adesso il simbolo della fecondità, e quel corpo esile ora conosceva il piacere. Gli occhi erano come fiori di lubelia, lievemente puntinati di giallo. Occhi intelligenti, scattanti e raffinati. Privi di volgarità e composti nell' indagare l'animo altrui. Subito pronti a mettere chiarezza, scrutando con equità, senza sviare o nascondersi, semmai interrogati direttamente. Il seno poi. Era il desiderio di chiunque lo guardasse. Maturo e tondo, sfrontato e deciso a rivolgersi verso l'alto nonostante il peso notevole, sempre in movimento e sano. Mentre correva saliva e scendeva conservando il ritmo, seguiva il restringersi del ventre e palpitava rigonfiandosi, durante la respirazione. Si poneva con prepotenza, al centro dell'attenzione, quando vestiva con eleganza. Le clavicole, sottili, comunicavano incertezza e fragilità. La pelle, governata dalle forme, si stendeva adeguandosi, assecondando sia la morbidezza della carne sia la durezza delle ossa. Comportandosi con remissività per coprirla e proteggerla. L'arrendevolezza si tramutava in miracolo quando era la volta di coprirle il seno. Diveniva più chiara mano mano che si ispessiva la carne, fino a diventare quasi trasparente, da mostrare l'intreccio delle vene e dei capillari sottostanti. Le aureole, sfumando dal tono biondo del resto della carnagione, raggiungevano toni più scuri, di carne energica e sanguigna, come se il pittore, dipingendola, avesse aggiunto alle vernici del caffè tritato. Le estremità, così dipinte, richiamavano il colore della pelle abbronzata, pur svettando, al contrario, sopra le due sane prominenze. I capezzoli, due frutti grandi come ribes, carichi di energia e ipnotico magnetismo, vivaci e importanti, eretti su vette di fiera armonia. Centro, fonte e inizio, nonchè fine e scopo, del desiderio che si infiamma alla vista del corpo di lei. Pronti a rispondere con tangibile emotività ergendosi generosi o irascibili, lenti o con immediatezza. I fianchi erano dipinti con mano esperta. Intagliati con precisione goniometrica, nel corpo muscoloso e agonistico. Arrotondati per meglio fondersi al resto. Smussati a conferirle ulteriore rotondità. Forgiati per sostenere il petto abbondante e perfettamente speculari a contenimento dell'ombellico. Poco sotto, il rigoglioso anfratto, come un oasi che spuntasse nella carne e nei sensi. I fianchi, come pendii, promessa di tanta ricchezza, da curvi, gonfi nella muscolatura sotto pelle, si facevano calmi, pianeggianti, affatto incerti, verso il pube. La pelle indistintamente più chiara, acquistava via via trama più sottile, più sensibile al tatto. La peluria, da esile e trasparente si faceva più insistente, folta, forte e bruna, preludio dell'amabile rifugio. Governata come un giardino formava un triangolo, con l'apice rivolto verso il basso dove la carne, morbida come quella del seno, ma più incerta, lontana dall'essere decisa e tondeggiante, qui si faceva imprevedibile e pareva contraddirsi, non più omogenea e longilinea verso le cosce. L'essenza si rincorreva, formando un terzo frutto, riparato da pelle fedele, finalmente e soltanto ora, libera di esprimersi in libertà. Un frutto dal sapore ineguagliabile e dotato di estrema sensibilità. Come se il corpo di lei nascesse e finisse in quel punto, avviluppando tutto il resto al proprio comando, obbligandolo a rispondere alle proprie volontà. Se l'ombellico, in remota memoria del tempo, è di lei il legame con la concretezza del corpo, questi è il legame con l'astratta evanescenza che è il piacere. Dei frutti questo è il prediletto poichè maggiori sono le sue virtù e facoltà. Sotto di lui due rigonfiamenti, paralleli e gemelli, scostati e resi vicini dal sopraggiungere delle cosce. Come un sorriso le due estremità sapevano schiudersi e dare accesso all'essere. Sapevano aprirsi e incoraggiare l'ambizione di chi vi si fosse affacciato, colmandolo di doni e conducendolo dove l'inconfessabile scorre come un fiume in piena, travolgendo e mostrandosi con getti improvvisi e violenti. Un sorriso capace di intricare a se, come una musica di meditazione. Capace di avvicendare realtà e finzione fino a confondere e suscitare ricordi, congetture e desideri. Comprensione e approvazione arrivava dalle gambe, in sincronia col resto della figura sorprendevano per slancio, eleganza, compattezza e risolutezza. Sostenevano il peso con elegante motricità, dandole un totale senso di leggerezza, sospingendo il seno ad ogni passo. Di sorprendente lunghezza, parevano ancora più lunghe quando, in delicato equilibrio, la figura si piegava conservandole dritte e tese. Senza fletterle. Sembravano sparire, invece, quando lei, volutamente, le nascondeva, sedendosi e facendo comparire la caviglia e il collo del piede. Le ginocchia erano meccanismi perfetti, sotto la pelle sottile si vedevano architetture in movimento. Rispondevano con prontezza ad ogni sollecitazione e si piegavano con identica ripetizione ad ogni passo cui lei decidesse di sottoporre le caviglie. Meccanismi irriproducibili.

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