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riccardo e la banana
I miei primi 23 anni erano passati senza troppe emozioni. Una bella ragazza, come ce ne sono tante, un corpo statuario, i capelli neri lunghi e ricci, una pelle molto chiara che tradiva il mio fisico mediterraneo e poi le cose che facevano impazzire gli uomini le mie tette, una bella terza molto generosa, e il mio culo sodo e ben messo. Abituata com’ero agli sguardi compiacenti degli uomini, e molto duri delle donne evidentemente gelose, mi ha sempre fatto piacere ricevere complimenti molto pesanti. Quando ero più piccola mi infastidivano, com’era giusto che fosse, ma man mano che passavano gli anni intorno alla ventina li andavo quasi cercando. Di cazzi ne avevo visti abbastanza per la mia età, ma erano state tutte esperienze di poco conto, nel senso che di amanti soddisfacenti non avevo avuti: provavo molto più piacere a toccarmi da sola, in bagno, con le cosce spalancate. Mi toccavo i capezzoli, mi leccavo i grandi seni e godevo come una pazza. Solo dopo un po’, intorno ai venti anni, stando spesso a casa da sola scoprii che mia madre aveva ragione: la frutta e la verdura facevano davvero bene. Zucchine, melanzane, banane, carote, zucche lunghe e verdi e quei cetrioloni duri. Neanche ricordo quanta roba ho ficcato nella mia giovane fica, ma ogni volta era curiosa di sperimentare, di vedere quan’era profonda. Eppure per avere un uomo non avrei dovuto fare grande fatica: avrei potuto ricevere a casa due, tre anche quattro coetanei, avrei leccato la fica calda di qualche amica e magari ciucciato il grande pisello del suo fidanzato. Oppure un uomo che me la leccasse per ore, non importava che fosse bello ma che avesse un bel cazzo e tanta voglia di soddisfarmi. Avrei aperto subito la porta ad venditore nigeriano di tovaglie e calzini, ma il destino è stato avverso in questo senso, nessun bel neurone ha mai bussato alla mia porta né io ho cercato un bel cazzo duro per riempire i miei pomeriggi solitari. A causa dell’educazione ricevuta, perché avevo paura e non mi fidavo troppo degli altri: perché regalare la mia bella fica e le mie calde tette a quei buzzurri che volevano che glielo leccassi e che dopo due botte venivano? Non solo non mi facevano godere ma poi si vantavano facendomi fare la figura della puttana. Il caso volle che a 23 anni qualcosa di buono arrivò anche per me, anche se oggi con il senno di poi, la consapevolezza del mio corpo, l’esperienza e una sessualità sviluppata tornerei indietro per approfittare fino in fondo della grossa fortuna che mi era capitata senza farmi troppi problemi. Sono trascorsi 8 anni da allora e la voglia di rivedere Riccardo per mostrargli che sono una vera donna è tanta. Riccardo era un amico d’infanzia di mio padre, si erano persi di vista dopo l’università. Dopo la laurea in architettura, aveva trovato lavoro in un importante studio al nord e così ne avevo sentito solo parlare. Riccardo per conto del suo studio dovette trasferirsi a Roma temporaneamente. Mio padre, con il quale era rimasto in contatto, riuscì a trovargli un appartamento nel nostro palazzo. Riccardo mi conquistò subito: a differenza di mio padre che aveva poca pazienza, mi spiegava il mestiere verso il quale io già provavo molto interesse e mi svelò i segreti della fotografia. Mi insegnò ad utilizzare il computer ed entrammo subito in confidenza. Riccardo, sposato e con una figlia, era al suo secondo matrimonio ma non era molto soddisfatto. All’epoca aveva 56 anni: alto, molto magro, belle mani molto curate e una barba lunga che lo faceva sembrare un santone. Non era un uomo attraente e infatti per lui non provavo niente. Solo i suoi occhi tradivano un fortissimo interesse per le donne che sembravano ricambiare le sue attenzioni. Finito di studiare o tornando dall’università, mi fermavo da lui: i miei erano tranquilli, da quando c’era Riccardo uscivo molto meno e frequentavo poco quei ragazzi che loro detestavano. Ma si sbagliavano sul conto del loro amico. Un giorno, mentre utilizzava il computer, mi mostrò una cartellina di foto sul desk nella quale aveva centinaia di foto hard, scattate da lui. Gli chiesi di mostrarle con un certo distacco e lui me le mostrò facendo finta di nulla. Mi bagnai completamente e quelle signore divennero per tanto tempo una ossessione. Da quel giorno iniziò a parlarmi di ogni donna e di ogni avventura che aveva avuto come se fossi un amico. Ma un interrogativo mi assaliva, facendomi provare una crescente gelosia: cosa mancava a me che quelle donne avevano? Facevo arrapare tutti vecchi e giovani e lui no? Mi sentii improvvisamente zoccola e decisi che avrei fatto impazzire Riccardo. Non tanto con l’abbigliamento, certo curavo molto la lingerie, ma con le maniere. Gli guardavo senza ritegno il pisello, mi toccavo le tette, fingevo di aggiustarmi i pantaloni mentre con la scusa gli offrivo il mio mappamondo, mi aggiustavo la gonna. Insomma le solite civetterie da donna, anche se avevo 23 anni. Arrivò evidentemente il giorno in cui né io né lui riuscimmo più a simulare. La scusa fu quella di farmi delle foto. Quel giorno indossavo una gonna al ginocchio larga, avevo delle autoreggenti, un perizoma e sopra un maglioncino rosa molto stretto senza reggiseno: le mie tette potevano esplodere da un momento all’altro e i capezzoloni turgidi spingevano per uscire dal tessuto di lana pettinata. Si vedevano e io, porca, lo sapevo. Qualche foto sul balcone molto innocente, sul divano e poi sul letto. Ad un certo punto, divertita dai ripetuti scatti, mi sembravo una modella su un set fotografico, la gonna si alzò ed uscì il pizzo della calza. Riccardo si fermò e diventò rosso in viso, fu a quel punto che continuai e per non arrestare la sua attenzione mi inginocchia e guardando nell’occhio della macchina fotografica cominciai ad alzare la gonna lentamente con una mano, mente con l’altra mi toccavo il seno. Riccardo, dopo qualche istante, riprese a fotografarmi. Io mi voltai e mi misi a pecorina, alzai la gonna e cominciai a giocare con il perizoma. Forse l’eccitazione, ma non mi resi conto che intanto Riccardo era andato a prendere la telecamera con il tre piedi. Io mi massaggiavo la fica da dietro ed ad un tratto mi girai sedendomi a gambe larghe con la gonna alzata. Mi buttai indietro e ricominciai a giocare con il filino del perizoma, avanti indietro sulla mia fica bagnata come se fosse stato un bel cazzo. Riccardo mi guardava dall’occhio della telecamera e io avevo perso ogni inibizione. Fu allora che mi tolsi il maglioncino e cominciai a toccarmi freneticamente le tette, così come avevo fatto in solitudine per molto tempo, le allungai verso il mio viso e cominciai a titillarmi i capezzoloni sempre guardando Riccardo. Gli guardai i pantaloni e capiì che aveva il cazzo durissimo. Mentre mi torturavo le tette, aprì un cassetto e tirò fuori un bel cazzone di plastica nera. Si sedette sul letto e me lo passò con lo sguardo complice. Lo presi emozionata, era davvero enorme e grosso come quelli che avevo sempre immaginato. Lo toccai piano, piano come se avessi avuto paura di fargli male, lo misi tra le tette e cominciai a fargli fare su e giù, leccandolo ogni tanto. Con una mano mi sbottonai la gonna e rimasi con il perizoma e le calze sul letto. Mi sedetti e cominciai a giocare lentamente con quel fallo fantastico, scostando quasi del tutto il perizoma e mostrando la mia giovane fica, pelosa e bagnata. Non me la sentii di infilarmi quel cazzone nella fica così cominciai a succhiarlo avidamente mentre con l’altra mano mi toccavo freneticamente. Riccardo si avvicinò sempre di più, stando attento a non farmi uscire dal quadro, mi tolse il cazzone nero dalla mano e mi fece toccare una mazza caldissima e pulsante. Aprii gli occhi, nonostante tutto avevo ancora un po’ di pudore, mi girai e lo vivi con i pantaloni abbassati e una mazza strabiliante in mezzo le gambe. Altro che 56 anni, Riccardo aveva un cazzo fantastico, lungo, durissimo, con una belle circonferenza ed era lì pronto tutto per me. Si mise in ginocchio e con quell’asta minacciosa iniziò a dirigersi verso la mia fica calda e vogliosa. Ma più si avvicinava e più mi assaliva il terrore, stavo commettendo qualcosa di veramente sbagliato. Lo fermai decisa dicendogli che mi piaceva l’idea di lasciarmi guardare mentre mi masturbavo. Fu un signore perché non me lo fece ripetere due volte, eppure in quel momento avrebbe potuto anche sverginarmi il culo. Se tornassi indietro. Così Riccardo si allontanò, io continuai a sditalinarmi come una ossessa, intanto gli toccavo l’uccello che diventava sempre più duro. Venni prima io, quando mi fece rivedere quella scena alcuni giorni dopo, vidi la mia fica allagata, gli umori colavano sui peli e tra le gambe. Ho goduto come una cagna, urlato e non riuscivo più a togliere le mie dita dal clitoride. Fu allora che lui si riavvicinò, si sporcò il dito del mio liquido e me lo infilò nel culo. Non fu molto doloroso, ma dopo qualche affondata sostituì il suo e cominciò a fare su e giù mentre io facevo altrettanto con il suo cazzone. Su è giù su la mano su quella bella mazza, che sembrava non finire mai. Provò a chiedermi di prenderlo in bocca ma mi rifiutai così si girò su di me e lasciò farsi fare una sega maestosa e mi venne sulle tette, mentre lui mi puliva con la lingua la sorca facendomi venire ancora. Andai in bagno e mi lavai, mi sentivo davvero sporca. Quando uscii ero nuda e mi trovai davanti Riccardo che mi guardava con desiderio. Mi riempì di complimenti e cominciò a toccarmi le tette, ma mi sottrassi e in silenzio mi rivestii e lo aiutai a rimettere a posto la stanza. Non mi feci vedere per alcuni giorni ma non facevo che pensare a lui. Fu così che proprio durante un week end, i miei erano fuori mentre Riccardo rimase a Roma e non tornò dalla famiglia per lavoro, lo chiamai al telefono il pensiero di averlo per me mi ossessionava. Parlavo con il portatile e mi toccavo davanti allo specchio, capì e prima che accadesse qualcosa mi convinse ad andare da lui. Così mi lavai accuratamente e andai su con un vestitino molto aderente e una profonda scollatura, sotto avevo della lingerie nera molto provocante, con tanto di reggicalze. Mi aprii la porta sorridente, sapeva che avevo voglia di cazzo e che forse mi avrebbe chiavata. Mi disse che potevo prendere da bere nel frigo, lui doveva terminare un lavoro. Notai che la telecamera e il treppiedi erano nello studio, la tivvù accesa così il videoregistratore. Posai la borsa e andai in cucina: nel frigo presi una birra fresca ma notai sul tavolo un portafrutta con un bel cespo di banane. Presi anche una banana, la più grande e rientrai nello studio. Riccardo era troppo preso dal suo lavoro, sembrava almeno, mi misi a cavalcioni sul bracciolo della poltrona nera di pelle, il vestito mi arrivava a metà coscia, poggiai la banana e cominciai a bere dal collo della birra. Riccardo non poteva fare a meno di guardare, gli ero quasi di fronte. Cominciai così a strusciami sul bracciolone, lasciando delle strie di umori sulla pelle. Cominciai ad avere un bel ritmo, lento e sensuale, afferrai la banana e cominciai a succhiarla. Riccardo si era fermato, mi guardava folle di desiderio ma io continuai e feci scivolare lentamente nella mia bocca e poi in gola. Riccardo, allora, accese la telecamera e cominciò a riprendermi. Io ci provavo gusto e a quel punto estrassi il bananone dalla bocca e lo diressi verso la mia fighetta. Riccardo si era tirato l’uccello fuori dai pantaloni e stava per spararsi una sega. Gli dissi di stare fermo, sbucciai la banana e la mangiai. Fu allora che mi prese in braccio, io ero rimasta con gli stivali, il reggicalze e il perizoma, e mi portò sulla scrivania dove mi fece sdraiare. Unì e alzò le mie gambe, per poi farmele aprire con un gesto violento: mi strappò calze e mutande e cominciò a colpirmi la pancia con la sua mazza pulsante come se fosse indeciso sul da farsi. Mi lasciò di scatto, andò vero la telecamera e spostò l’inquadratura poi si diresse nuovamente verso di me con il cazzo che mi puntava. Io ero come impietrita, le gambe larghe che mi facevano male per la posizione. Aveva capito che temevo di essere scopata e mi tranquillizzò. “Dovrai pregarmi per averlo”, disse, poi affondò la testa tra le mie gambe e mi fece apprezzare la sua lunga barba che mi graffiava il clitoride e fica. Cominciò a fottermi con la lingua, mi leccava il buco del culo e poi di nuovo lungo tutta la sorca. Venni due o tre volte poi si fermò. Fu allora che accese il videoregistratore e mi mostrò le riprese del nostro primo incontro. “Guarda che fica che hai – disse senza staccare mai un attimo lo sguardo dallo schermo – come sei bagnata, in questi giorni ti ho guardata continuamente”. Si rivolse nuovamente a me e cominciò ad ispezionarmi la sorca orgoglioso come se mi avesse inventata lui. Le sue attenzioni mi facevano impazzire, sapeva che ero ancora diffidente, ma quella bella mazza meritava una ricompensa. Mi alzai di scatto, gli presi la mano e me la passai sul seno e gli ficcai un dito nella mia fica, mentre iniziavo a massaggiargli il pisello. Chiuse gli occhi e io passai a toccargli le palle. Scesi dalla scrivania e gli imposi di cambiare posizionare, lui seduto e io davanti a lui. Non gli parve vero, sembrava che non aspettasse altro e io pure, tanto che ripresi quello che avevo fatto con la banana. L’uccello piano piano diventò duro, sempre più duro, e io per la prima volta mi trovai a fare un pompino completo. Riccardo mi accompagnava dolcemente il viso verso la sua bella nerchia, a ritmo sempre più veloce e tirandomi i capelli. Mi venne in bocca e sulle tette, quanta sborra rovente. E quanto pagherei per tornare indietro.

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